Un racconto di Philip Dick, probabilmente uno dei suoi migliori, se non il migliore
Ci sono scrittori che inventano mondi per permetterci di fuggire dal nostro. E poi ci sono scrittori come Philip K. Dick, che inventano mondi per farci dubitare di quello in cui viviamo. Nelle sue storie la realtà non è mai un territorio stabile, una certezza sulla quale costruire la propria esistenza. È piuttosto qualcosa di fragile, una superficie sottile che può incrinarsi da un momento all'altro, lasciando intravedere un universo completamente diverso da quello che credevamo di conoscere.
La formica elettrica, racconto pubblicato nel 1969, appartiene a questa seconda categoria. È una storia breve, ma racchiude alcune delle ossessioni più profonde dello scrittore americano: l'identità, la coscienza, la natura della realtà e il rapporto, sempre più ambiguo, tra uomo e macchina.
Philip K. Dick, nato a Chicago nel 1928 e morto in California nel 1982, è stato uno degli autori più originali della fantascienza del Novecento. La sua vita fu segnata da inquietudini personali, difficoltà economiche, fragilità psicologiche e da una ricerca quasi ossessiva sul significato della realtà. Nei suoi romanzi e racconti il mondo quotidiano è spesso soltanto un'apparenza, una costruzione dietro la quale si nasconde qualcosa di incomprensibile.
Investigava la possibilità che l'essere umano, convinto di conoscere se stesso e il mondo, sia in realtà prigioniero di un'illusione. Le sue macchine, i suoi androidi e i suoi universi artificiali sono spesso strumenti attraverso i quali interrogare la natura dell'uomo.
In La formica elettrica questa idea prende forma nella vicenda di Garson Poole, un uomo d'affari che, dopo un incidente, scopre di non essere umano. È un androide biologico, una macchina sofisticata costruita per vivere e comportarsi come una persona. Ma la vera rivelazione non è tanto la sua natura artificiale, quanto la scoperta del meccanismo che determina la sua esperienza del mondo.
All'interno del suo corpo Poole trova infatti un nastro perforato, una sorta di programma che governa tutto ciò che percepisce. La realtà che lo circonda, le persone, gli oggetti, le sensazioni e persino le esperienze più intime dipendono da quel dispositivo. Il mondo non è qualcosa che esiste semplicemente fuori di lui: è qualcosa che viene continuamente prodotto attraverso un sistema di informazioni.
La scoperta è sconvolgente. Poole comprende di aver vissuto fino a quel momento all'interno di una rappresentazione programmata, senza esserne consapevole. E decide di intervenire sul meccanismo, modificandolo. Basta alterare alcuni fori del nastro perché la realtà cambi. Ciò che prima esisteva può scomparire, ciò che sembrava impossibile può diventare improvvisamente presente.
È un'intuizione narrativa semplice e, proprio per questo, terribile. Se il mondo di un individuo può essere modificato intervenendo sul dispositivo che ne governa la percezione, quale garanzia abbiamo che la nostra esperienza del reale sia qualcosa di diverso?
Dick ci conduce in un territorio che non appartiene più soltanto alla fantascienza, ma alla filosofia. La vicenda di Poole sembra infatti riproporre, in una forma tecnologica e inquietante, una delle domande più antiche del pensiero umano: possiamo davvero conoscere la realtà oppure siamo condannati a conoscere soltanto le immagini che la nostra coscienza ci restituisce?
Il protagonista del racconto, tuttavia, non si limita a prendere atto della propria condizione. Cerca di modificarla, di liberarsi dal programma che lo governa, di conquistare una libertà che fino a quel momento gli era stata negata. Ma il tentativo di sottrarsi ai limiti imposti dal suo sistema lo conduce verso una scoperta ancora più destabilizzante.
In fondo, la sua condizione non è così lontana da quella degli esseri umani. Anche noi abitiamo un mondo che conosciamo attraverso i sensi, la memoria, le emozioni e le convinzioni che abbiamo costruito nel corso della vita. Anche noi siamo, in qualche misura, il risultato di informazioni che riceviamo, elaboriamo e trasformiamo in una rappresentazione coerente della realtà. La differenza tra Poole e noi potrebbe essere meno profonda di quanto siamo disposti ad ammettere.
Riletto oggi, il racconto acquista ulteriori significati. Viviamo immersi in sistemi tecnologici che selezionano le informazioni, orientano le nostre scelte e contribuiscono a costruire l'immagine del mondo che ci circonda.
La formica elettrica non racconta semplicemente la storia di una macchina che scopre di essere una macchina. Racconta la scoperta, ben più inquietante, che ciò che consideriamo reale potrebbe non essere altro che una costruzione, e che la nostra stessa identità potrebbe dipendere da un insieme di meccanismi di cui ignoriamo il funzionamento.
È questa la grandezza di Philip K. Dick: riuscire a far vacillare le nostre certezze senza bisogno di costruire universi lontani o scenari spettacolari. Gli basta un uomo, o forse una macchina convinta di essere un uomo, e un nastro perforato nascosto nel suo corpo.
Dove leggere La formica elettrica
Il racconto è stato pubblicato originariamente negli Stati Uniti nel 1969, sulla rivista The Magazine of Fantasy and Science Fiction.
In Italia è apparso inizialmente nel 1970, con il titolo Le formiche elettriche, nella collana Urania (n. 534) di Mondadori.
Chi volesse recuperarlo oggi può quindi cercarlo nelle raccolte di racconti di Philip K. Dick, nelle biblioteche oppure nel mercato dell'usato. È importante prestare attenzione ai due titoli italiani, La formica elettrica e Le formiche elettriche, che identificano la medesima opera.
Per rintracciare le edizioni:
Catalogo Fantascienza.com – La formica elettrica e le sue edizioni
